Questo breve documento illustra sinteticamente la situazione critica che si prospetta per l'immediato futuro dell'Università della Basilicata e ipotizza alcune strategie di ambito politico perseguibili per il superamento delle criticità in essere.
Il problema consiste nell'assoluta impossibilità, alla luce dell'attuale contesto normativo, di sostenere l'offerta formativa attuale, o peggio, nella conseguente necessità di contrarre fortemente, a partire dall'a.a. 2010-2011, l'offerta formativa dell'ateneo lucano.
In particolare, dovranno essere disattivati obbligatoriamente, per l’impossibilità di soddisfare i requisiti imposti dai decreti ministeriali vigenti, alcuni corsi di studio consolidati nelle quattro Facoltà istituite fin dall'avvio dell'ateneo lucano (Agraria, Ingegneria, Lettere e Scienze MM.FF.NN.) e, cosa di impatto sociale forse ancor maggiormente critico, dovranno essere chiuse le quattro nuove Facoltà (Architettura, Economia, Farmacia, Scienze della Formazione), i cui corsi, istituiti ed attivati solo tre anni fa, hanno rappresentato il punto di arrivo di una lunga e complessa progettazione, realizzata congiuntamente da Università, Regione e Governi nazionali, per dare idonea risposta alla reale esigenza della comunità locale di avere un'università capace di limitare significativamente l'atavica emigrazione intellettuale giovanile e di rappresentare un hub culturale e scientifico idoneo ad accelerare con competenze qualificate e diversificate i processi di sviluppo economico e sociale.
In questo contesto, tra l'altro, sembrano poter aiutare poco sia il consistente intervento della Regione Basilicata, che al sostegno del progetto di sviluppo dell'Università della Basilicata ha destinato, con legge regionale, la somma di 5 milioni di euro/anno a valere sulle royalties delle estrazioni petrolifere, sia la realizzazione del campus universitario di Matera (in fase di avvio dei lavori), finanziato con un accordo di programma Stato-Regione, proprio in una sede in cui la contrazione dell'offerta formativa può riportare l'impegno dell'Università ai livelli assolutamente iniziali di circa quindici anni fa.
Per entrare più nel merito della questione, è necessario rimarcare che si è arrivati a questa situazione per l'impossibilità di attuare l'accordo di programma Università- Regione che destina i 5 milioni di euro/anno per intero all'acquisizione della docenza necessaria a sostenere i corsi di studio programmati nelle vecchie e nuove Facoltà. Per dare l'idea della dimensione dell'intervento di sostegno, si rilevi che 5 milioni di euro/anno sarebbero sufficienti a coprire l’intero fabbisogno di professori e ricercatori al fine di consolidare e sviluppare l’attuale offerta formativa dell’Unibas.
L'impossibilità di dare attuazione al programma Università-Regione deriva dal contesto combinato dall'applicazione congiunta di leggi finanziarie e decreti ministeriali che in sostanza comportano:
a) il perdurante blocco dei concorsi per professori associati e ordinari;
b) la limitazione delle assunzioni di personale nei limiti del 50% del turn over (estesa incomprensibilmente anche alle posizioni a tempo determinato finanziate con fondi non ricompresi nel finanziamento statale);
c) l'incertezza normativa per la destinazione dei contributi regionali alle spese fisse anche oltre il limite del 90% del Fondo di Finanziamento Ordinario;
d) l'imposizione di requisiti necessari di docenza sempre più stringenti (DM 544/2007 e direttiva del Ministro Gelmini n. 160/2009), che consentiranno di fatto solo un'offerta formativa ancor più limitata di quella che si era consolidata prima del DM 509/99 (3+2);
e) l'imposizione di disattivare corsi di studi a basso numero di immatricolati, che impedirà di fatto di formare in Basilicata i docenti di importanti discipline di base per le scuole di ogni ordine e grado; tra detti corsi potrebbero rientrare anche quelli che il Ministero, attraverso il progetto lauree scientifiche ha sentito l’esigenza di sostenere perché ritenuti fondamentali per lo sviluppo del Paese;
f) l'impossibilità di intervenire con modifiche sostanziali dei programmi didattici delle sedi diverse da quella amministrativa, cosa che conferisce maggiore rigidità all'intero impianto programmatico;
Senza considerare, infine, altre leggi condizionanti e vincolanti, quale, ad esempio, quella recente che ci impone di attivare un corso di laurea magistrale nel settore degli studi archeologici per consentirci di mantenere la Scuola di Specializzazione in Archeologia, che ha operato ottimamente fino ad oggi pur in assenza di corsi di laurea specifici, e che ha prodotto valore aggiunto per l'intero sistema culturale meridionale, con la sua capacità di attrarre studenti e studiosi italiani e stranieri. O, ancora, l'altra, che impone di tenere attivo un corso di laurea per la formazione primaria, senza aver mai fornito, a tal fine, risorse per dotare l'Università di docenza specifica.
È mio dovere, in qualità di Rettore dell'Università della Basilicata, rimarcare che noi non potremo in alcun modo aggirare le leggi dello stato e che, quale che siano le decisioni definitive assunte in ambito normativo e regolamentare, l'Università della Basilicata continuerà a svolgere la propria azione fino a che lo Stato lo consentirà, con il massimo impegno e senso di responsabilità di tutto il suo personale docente e tecnico-amministrativo, pur in un campo di azione sostanzialmente ricondotto a quello dei primi anni di attività.
È però altresì doveroso far rilevare che l'impianto normativo attuale è assolutamente iniquo per l'Università della Basilicata e per l'intera comunità lucana in quanto irriguardoso delle diverse situazioni di contesto e finalizzato ad una contrazione del sistema universitario basata sull'applicazione di criteri che pongono alla stessa stregua università centenarie e università giovanissime quali la nostra (nelle quali ad esempio il turn over è praticamente nullo), ma che essenzialmente disconoscono il fondamentale ruolo culturale e scientifico svolto dalle istituzioni universitarie in aree che stanno appena emergendo da situazioni di arretramento sociale e che vivono ancora il rischio concreto di non riuscire a superare situazioni critiche quali quelle legate, ad esempio, allo spopolamento.
Per la nostra università, inoltre, il congelamento delle piante organiche del personale universitario, imposto per legge nel 1993, ad appena dieci anni dalla sua istituzione, fotografava una situazione assolutamente incompleta e riversava così sulla progettualità autonoma la responsabilità di sostenere l'impianto di docenza, ben più ampio, ipotizzato dalla legge istitutiva.
Per la società lucana, infine, quest'impianto normativo sembra anche mortificare il diritto conclamato di destinare alla propria Università, intesa anche come pilastro fondamentale per costruire concretamente quella società della conoscenza da porre alla base delle politiche di sviluppo locale, almeno una piccolissima parte delle ingenti ricchezze conferite all'intero Paese grazie alle sue risorse naturali (v. acqua e, principalmente, petrolio).
Cosa fare, quindi?
Mi corre l'obbligo innanzitutto di segnalare che i tempi sono terribilmente stretti, dovendo le università riformulare i loro ordinamenti didattici entro il 31 gennaio 2010 e dimostrare il possesso dei requisiti di docenza entro il successivo mese di aprile.
Mi permetto, inoltre, di ipotizzare che la più idonea soluzione del problema va forse trovata in ambito politico, non trattandosi qui di riconoscere dei diritti alla tale o tal'altra Università, ma piuttosto di identificare le più corrette strategie d'intervento per un'area geografica e per una collettività che hanno delle specificità, forse non uniche nello scenario nazionale, ma che esemplificano pienamente tutte le problematiche del Mezzogiorno del Paese, alle quali il Governo sta giustamente ponendo un'attenzione prioritaria, come rilevato dal Presidente Giorgio Napolitano nella recente visita all'Università della Basilicata del 2 ottobre u.s., con la quale ha anche voluto riconoscere l'imprescindibile ruolo dell'istituzione universitaria in un qualsivoglia intervento mirante a risolvere la questione meridionale.
Mi sembra anche utile sottolineare che una possibile soluzione potrebbe essere esplorata nel solco della consolidata esperienza di concertazione trilaterale tra il Governo nazionale, la Regione Basilicata e l'Università della Basilicata, che possa ben ispirare un intervento specifico al riguardo, finalizzato al completamento di un progetto di sviluppo dell’Università della Basilicata avviato ma non ancora concluso. È opportuno ricordare, a tal fine, gli atti più significativi compiuti su questo fecondo terreno. In primis, (i) l'accordo di programma trilaterale (L.R. n. 5 del 27/01/2005) per il finanziamento di 24 milioni di euro per nuove infrastrutture universitarie a Potenza e Matera; (ii) il protocollo di intesa MIUR-Regione-Università firmato con il Ministro del governo passato e riconfermato con l'attuale dicastero; (iii) l'istituzione da parte del Ministero, tra il 2005 e il 2007, delle quattro citate nuove Facoltà, la cui proposta progettuale faceva espressamente riferimento al sostegno finanziario della Regione.
In questo ambito, è anche importante richiamare il decreto Milleproroghe 31 dicembre 2007 n. 248, come convertito nella legge del 28 febbraio 2008 n. 31 che, aggiungendo la lettera c-bis dell’art. 2 comma 429 della legge 24 dicembre 2007 n. 244, demanda ad un accordo tra Regione Basilicata e Università la possibilità di procedere ad assunzioni di personale ad avvalersi sul finanziamento regionale.
Pertanto, una strada possibile potrebbe essere quella di demandare, in quei territori e in quelle situazioni nelle quali si evidenziano specificità così marcate, la definizione delle modalità più idonee per raggiungere i giusti obiettivi di razionalizzazione del sistema universitario, ad un accordo Stato-Regione-Università da convenire in tempi molto brevi, che tenga conto delle importanti situazioni di contesto.
Potrebbe essere interessante sperimentare, ad esempio, procedure innovative in quelle regioni più pronte, per un impegno specifico concretamente dimostrato negli ultimi anni, o semmai più sensibili al problema e/o più idonee per caratteristiche strutturali. Tra queste potrebbero essere incluse certamente le regioni più piccole, che poi sono anche quelle in cui insiste un'unica (giovane) università e che si trovano in territori a sviluppo incompleto.
Nel seguire questa strada, assolutamente fermo resterebbe l’impegno dell'Università della Basilicata a sperimentare rigorose procedure di valutazione e di accreditamento ed a contribuire a programmare ogni altra azione necessaria per ridurre gli sprechi e per massimizzare e innovare la qualità didattica e scientifica dei suoi servizi, anche con riferimento, ad esempio, alla sperimentazione di corsi di laurea magistrale federati e coordinati con altre università o alla promozione di azioni pilota nei campi dell’orientamento, dell’internazionalizzazione e del life long learning.
Concludo con un rispettoso ma forte appello a che la politica svolga con protagonismo attivo, ancorché necessariamente tempestivo, nel rispetto dell'autonomia costituzionale dell'Università, ogni azione utile alla soluzione dei problemi qui segnalati.
Con deferente stima,
Mauro Fiorentino
