mercoledì 10 dicembre 2008

Articolo su "Il Quotidiano" del 5 dicembre 2008

Ho letto con attenzione l'articolo dal titolo “unibas il disastro ingegneria” apparso sul Quotidiano del 25 novembre (poi replicato, con titolo diverso, tre giorni dopo, su La Nuova Basilicata) che mi costringe, in qualità di preside della facoltà di ingegneria dell'Università della Basilicata, a intervenire per dimostrare quanto detto titolo sia distante dalla realtà.

Lo faccio con spirito positivo, rifuggendo cioè da inutili polemiche e cogliendo spunto dalle critiche mosse, anche se queste sono talvolta basate su elementi di conoscenza parziali e incerti, per intervenire nell’ampio dibattito che si sta sviluppando in questo periodo intorno alle questioni dell’università. Dibattito promosso, o spesso cavalcato, all’interno della potente campagna mediatica scatenata contro l’università italiana, basata su un’abile sovrapposizione tra reali elementi di criticità del sistema universitario, tra l’altro quasi sempre simili a quelli dell’intero apparato pubblico italiano, e pregiudizi che nascono e si consolidano, col pericolo di cristallizzarsi e incancrenirsi, in quel campo oggi tanto affollato dello scontro di parte (politico, sociale, religioso, regionale, etc.) irresponsabilmente amato da chi ha una visione appena bicromatica del mondo e coltiva forse la speranza, nemmeno tanto segreta, di semplificarne ulteriormente l’aspetto.

D'altra parte, se mi sono convinto ad intervenire, distogliendomi forse colpevolmente dalle funzioni che mi sono istituzionalmente demandate, è proprio perché penso che  questo gioco perverso, che, per dirla con Kundera, sembra veder tutti lottare per l'annientamento di tutti, dovrebbe almeno lasciar fuori da strumentalizzazioni l'università. Essa, infatti, essendo un bene realmente comune, non ha colore politico di parte e non dovrebbe mai essere connotata né con il colore delle maggioranze di governo né con quello di nessuna delle minoranze del Paese. Essa, inoltre, non assume nemmeno mai i toni cromatici di chi la governa (direttori di dipartimento, presidi di facoltà, rettori) che, bianchi o neri, terroni o nordici, cristiani o induisti, economisti o letterati, non hanno e non avranno mai alcuna possibilità, in un contesto democratico, di condizionare la didattica e la ricerca dei professori e dei ricercatori che operano nell'unico regime che le università di un paese libero e moderno possono conoscere, quello dell'autonomia intellettuale.

Ovviamente, ciò responsabilizza ancor di più l'istituzione universitaria, che, nella sua autonomia costituzionale, deve sempre puntare ai più alti obiettivi di qualità ed efficienza con riferimento al compito che le è demandato di innovare e diffondere i saperi. E responsabilizza chi ne presiede le strutture, che ha anche il dovere di parlare alla gente per comunicare il reale stato di salute dell'università e correggere disfunzioni o eventuali informazioni errate al riguardo. Di norma questa comunicazione viene fatta nei momenti celebrativi di rito, quali ad esempio la giornata inaugurale dell'anno accademico, e non a comando, come sembra invece essere richiesto dall'attuale società della comunicazione, a seguito di pressante sollecitazione da parte degli organi di stampa. Ebbene, pur non condividendo, ci adeguiamo.

Dopo questa doverosa premessa torno, quindi, al “disastro ingegneria” e, prendendo spunto esclusivamente da informazioni riscontrabili, dimostro che esso è falso, o meglio inesistente.

La facoltà di ingegneria, infatti, pur non tenendo conto, per fugare ogni sospetto di benevola acquiescenza, delle positive considerazioni del Nucleo di Valutazione dell'Università della Basilicata, registra “numeri” positivi con riferimento alle rilevazioni del consorzio indipendente Alma Laurea (che raccoglie indicazioni da tutti i laureati delle numerose università che vi aderiscono) e a gran parte degli elementi di valutazione utilizzati dal Ministero dell'Università (MIUR) per distribuire su basi meritocratiche le quote di riequilibrio tra gli atenei pubblici.

In particolare, le rilevazioni Alma Laurea 2007 (ultime pubblicate) indicano che tra i primi sei corsi di laurea per gradimento dei laureati dell'Università della Basilicata, quattro sono della facoltà di ingegneria e che di questi, i primi due sono stati ben apprezzati, rispettivamente, dal 100% e dal 96% dei laureati e molto graditi da oltre il 60% di essi e che anche gli altri due sono risultati graditi ad oltre il 78% dei laureati. D'altra parte, questo elevato indice di gradimento fa il paio con l'alto livello occupazionale dei laureati in ingegneria del nostro ateneo che, con riferimento alla stessa fonte statistica, risulta essere già dell’80% a un anno dal completamento degli studi. Per inciso, pur in presenza delle evidenti disomogeneità geografiche del nostro paese, il dato è in linea con quanto avviene in molte regioni economicamente più avanzate.

Se questi risultati sono riconducibili anche alla qualità della ricerca scientifica svolta, grazie alla quale sono state prodotte negli anni tra il 2003 e il 2007, oltre a numerosissime comunicazioni a convegni nazionali e internazionali, a pubblicazioni su riviste tecniche italiane, ad alcuni libri e a qualche brevetto, ben 368 pubblicazioni su prestigiose riviste internazionali, numero che restituisce una media annua superiore a 1 lavoro scientifico di alto pregio per ricercatore/professore strutturato, media che sta anche ad indicare che nella nostra facoltà operano gruppi di oggettiva eccellenza scientifica. Cosa tra l'altro confermata dalle valutazioni del Comitato di Indirizzo per la Valutazione della Ricerca (CIVR), organismo di nomina governativa, composto da sette membri di comprovata ed elevata esperienza e competenza, operante presso il MIUR, che ha collocato, al termine di una recente meticolosa indagine sulla produttività scientifica delle università italiane, l'Università della Basilicata in posizione di assoluto prestigio, anche con particolare riferimento alle aree scientifiche operanti nella facoltà di ingegneria (v. es., scienze fisiche, ingegneria civile e architettura, ingegneria industriale). La facoltà di ingegneria mostra buone “performances” anche con riferimento ad altri parametri utilizzati dal MIUR per la valutazione e la programmazione del sistema universitario (v. legge 230/2005 e successivi decreti attuativi).  Tra questi, spiccano la percentuale di professori e ricercatori attivamente impegnati nei PRIN (progetti di ricerca di interesse nazionale assegnati dal MIUR al termine di un processo di valutazione anonimo), la capacità di attrazione di finanziamenti per la ricerca, la capacità di attrazione dei dottorati di ricerca, la proporzione di risorse destinate all'assunzione di professori precedentemente in servizio presso altre sedi (mobilità in ingresso), la proporzione di risorse destinate all'assunzione di nuovi ricercatori. Proprio su quest'ultimo punto vale la pena soffermarsi per porre in evidenza quanto molti degli slogan utilizzati per sostenere l'attacco frontale scatenato oggi contro l'università pubblica (es. proliferazione dei corsi di studio, proliferazione delle cattedre, etc.) non rappresentino realtà locali impegnate in tutt'altra direzione. Per quanto riguarda la nostra facoltà di ingegneria, ad esempio, viene offerto oggi lo stesso numero di corsi di studio su base quinquennale che veniva offerto nel 1993 (anno del conferimento dell'autonomia alle sedi universitarie) e, per quanto riguarda il reclutamento di nuova docenza, nei sei anni della mia presidenza, non è stato espletato alcun concorso per professore ordinario, a fronte di un solo concorso per professore associato e di ben 21 concorsi per nuovi posti di ricercatore universitario (alcuni dei quali in via di espletamento), avendo con ciò privilegiato l'incremento del numero di addetti, in assoluto contrasto con gli slogan mediatici di cui sopra. Se si tiene conto, poi, che la gran parte di questi nuovi ricercatori sono lucani, ne discende un ulteriore elemento di soddisfazione per la collettività locale.

Sembra fin troppo evidente, quindi, che non solo il “disastro” non esiste, ma che la facoltà di ingegneria dell'Università della Basilicata possa e debba godere di piena fiducia da parte dei cittadini, lucani e non.

Con ciò non ci sottraiamo certo alla discussione diretta circa gli specifici elementi di critica utilizzati nel citato articolo, che ringrazio per essere stati posti, non per gli obiettivi discreditanti cercati, che come dimostrato non hanno motivo di esistere, ma perché offrono l'opportunità di discutere su alcuni elementi di sistema e sul valore specifico degli studi in ingegneria. Veniamo al punto. In estrema sintesi: si accusa l'Università della Basilicata di portare gli studenti alla laurea con notevole ritardo sul tempo programmato e si ipotizza (perché?) che questo sia ancor più vero per la facoltà di ingegneria; si accusa detta facoltà di avere un calendario degli esami estremamente rigido, che offre poche opportunità agli studenti per poter rispettare le scadenze programmate; ciò anche in confronto con quanto operato da altre università. Dico subito, per quanto riguarda il secondo punto , che il calendario degli esami viene annualmente deliberato dal consiglio di facoltà in contraddittorio con i rappresentanti eletti degli studenti (7 nell'attuale composizione del consiglio) e che l'attuale organizzazione didattica è stata sempre condivisa dagli studenti, che non hanno mai rappresentato, in alcuna forma, alcun dissenso al riguardo. D'altra parte, qualunque scelta si facesse in tal senso andrebbe sempre confrontata con i risultati che, come visto, non possono ritenersi negativi. È costume, comunque, della facoltà di ingegneria, tenere in alta considerazione ogni critica mossa o suggerimento proposto e pertanto, in un quadro di costante attenzione all'autovalutazione dei processi interni, dedicheremo alla questione un’attenzione particolare quando essa sarà riesaminata, in via ordinaria, nella fase di programmazione del prossimo anno accademico.

Cosa di tutt’altro respiro è il problema del ritardo con cui ci si laurea rispetto ai tempi minimi previsti. Esso, infatti, rappresenta un problema cronico dell’università italiana, che si caratterizzò anche come uno dei temi centrali che condussero alla riforma del 1999. Purtroppo, però, a fronte delle speranze del legislatore, la trasformazione dei vecchi corsi di laurea quadriennali o quinquennali in due cicli di studio differenziati,  triennali e biennali (in gergo 3+2), non ha invertito, almeno nelle prime fasi di attuazione della riforma, la tendenza precedente. Questo insuccesso è attribuibile, tra gli altri, a due elementi principali, uno esterno all’università e l’altro interno. Il primo è connesso con la mancanza di fiducia e di piena conoscenza, sia da parte degli studenti che da parte del mondo economico e delle professioni, del valore concreto del titolo di laurea triennale. Ciò ha indotto gli studenti a iscriversi in massa ai corsi di laurea specialistica (il +2) dopo aver conferito il titolo di laurea (il 3), con perdite di tempo aggiuntive nelle fasi di transizione, subite in particolare da parte di coloro che avevano già chiuso in ritardo il primo ciclo di studi. Il secondo elemento di criticità, invece, è riconducibile al fatto che, anche sotto la spinta della legge di riforma del ’99, le università avevano generalmente progettato percorsi professionalizzanti fin dal primo livello triennale, moltiplicando a dismisura, a tal fine, gli insegnamenti e il numero di esami. Per entrambi questi elementi si registrano, però, alcuni segnali di speranza, i cui effetti potrebbero diventare evidenti nel prossimo futuro. Per quanto riguarda il primo, infatti, fonti varie, ministeriali e non, sembrano indicare un’inversione di tendenza, nel senso che aumenta significativamente il numero di laureati di primo livello che cerca lavoro e si riduce, conseguentemente, il numero di coloro, i più meritevoli e motivati, che proseguono gli studi per conferire la laurea specialistica. Per il secondo, invece, i correttivi apportati alla riforma del ’99, prima con la legge 270/2004 (Moratti) e poi con i successivi decreti Mussi, hanno imposto una drastica riduzione del numero degli esami e una decisa riduzione dei percorsi professionalizzanti all’interno dei corsi di laurea, con la quasi certezza che ciò comporterà una semplificazione nelle carriere degli studenti.

Con riferimento, però, all’articolo sul “disastro unibas”, sorprende la mancata verifica dell’affidabilità della fonte di informazione, sia da parte dell’estensore dell’articolo che da parte degli organi di redazione. Infatti, con riguardo all’incidenza del numero di studenti in ritardo (fuori corso) sul totale degli studenti iscritti, sia i dati ufficiali del nostro ateneo (sistema GISS/Unibas) che quelli della banca dati MIUR (in linea e accessibile a tutti) dimostrano che l’ateneo lucano e, in particolare, la facoltà di ingegneria non sfigurano nello scenario nazionale. Anzi!

Vediamo i dati. Fonte MIUR, rilevazione consolidata a.a. 2007/2008: il rapporto tra studenti regolari iscritti (studente iscritto al sistema da un numero di anni inferiore o uguale alla durata legale del corso di riferimento) e studenti complessivamente iscritti è, per la facoltà di ingegneria dell’Università della Basilicata, assolutamente positivo nel confronto con le altre facoltà di ingegneria italiane. Detto rapporto, infatti, è pari al 48% ed è in linea con la media nazionale del 47% e, in particolare, superiore alla percentuale riscontrata da 20 facoltà, tra le quali figurano, tra le altre, i Politecnici di Milano e di Torino e le università di Bologna, Pisa e Napoli, che pur continuano ad attrarre studenti lucani. È interessante notare che, in senso assoluto, il dato è persino migliore di quello che sembra, in quanto tra gli studenti complessivamente iscritti figurano, oltre a quelli dei corsi di laurea specialistica biennali (non conteggiati invece al numeratore del rapporto), anche quelli che rappresentano la coda dei vecchi corsi a ciclo unico soppressi dal 2000/2001. Tornando al confronto nazionale, inoltre, è da rimarcare che solo 16 facoltà di ingegneria fanno rilevare una percentuale di fuori corso minore della nostra. Per inciso, la facoltà di ingegneria con il migliore rapporto studenti regolari su studenti totali è quella di Catania, che fa registrare il 66%,  e la peggiore è Cagliari (32%), mentre solo 10 facoltà hanno rapporti maggiori del 50%. Per completezza, aggiungiamo che non abbiamo considerato nei nostri raffronti le università telematiche e tre sedi con meno di 250 studenti iscritti. Nel confronto interno all’università della Basilicata, inoltre, la stessa fonte MIUR fa rilevare che la facoltà di ingegneria presenta, tra le quattro facoltà storiche dell’ateneo, il più basso numero di fuori corso, e che altre due di queste hanno valori non significativamente diversi dai suoi. 

Mi accorgo di aver preso già troppo spazio e tralascio alcuni aspetti specifici degli studi in ingegneria che pur sarebbe interessante affrontare. Tra questi mi piace menzionare, tra gli altri, il valore della proverbiale difficoltà di detti studi, l’obbligo di legge di attribuire debiti formativi agli immatricolati che mostrano lacune alle prove di accesso e il fatto che con la riforma sia quasi raddoppiato il numero degli immatricolati alle nostre facoltà. Ma più in particolare mi preme evidenziare il dato che emerge dalle analisi del Centro Interuniversitario per l'Accesso alle Scuole di Ingegneria e Architettura (CISIA, www.cisiaonline.it), che in questo momento mi onoro di coordinare su mandato delle Conferenze dei Presidi delle Facoltà di Ingegneria e delle Facoltà di Architettura, che mette in evidenza, da un lato, l'estrema eterogeneità geografica della preparazione in ingresso degli studenti, a tutto svantaggio delle università meridionali e, dall’altro, la tendenza degli studenti lucani più preparati ad andare a studiare fuori regione.

Onestamente però, e dispiace dirlo, ciò che più emerge da questa riflessione alla quale sono stato spinto dalle critiche precipitosamente mosse, è che il netto contrasto tra i dati reali e quelli riportati nell’articolo sul “disastro ingegneria” getta sconforto e che, ancor di più, lascia sgomenti la semplicità con cui si sollevano accuse gravi sulla base di informazioni lacunose e non controllate, nonché palesemente false. Sembra evidente che questi atti si configurino come vere e proprie aggressioni e forse sfiorino, non me ne intendo, la diffamazione. Mi sento anche di dire che, visto il valore pubblico dell'istituzione attaccata, essi richiamano tutti ad una maggiore vigilanza, necessaria per contrastare ogni azione strumentale che, alla scala nazionale e locale, rischia oggi di trascinare l'università al fondo del vortice di una competizione politica degradata.

Nel ringraziare per lo spazio dedicatomi, vorrei chiudere evidenziando che esistono ben altri aspetti che meriterebbero di essere affrontati in un dibattito veramente costruttivo sul futuro e sul significato stesso dell'università in Basilicata. In particolare oggi, allorché l'azione politica del governo nazionale in carica potrebbe condurre ad una profonda trasformazione del sistema universitario, con un consistente trasferimento di responsabilità e di azioni di sostegno dallo Stato ad altre realtà pubbliche e private. Non sono certo che l'azione del governo avrà successo, né onestamente me lo auguro viste le croniche distorsioni con le quali si realizzano in Italia i processi di pseudo-privatizzazione, ma certo sarebbe grave farsi trovare impreparati e soccombere così ad un disegno riduzionista architettato da lobbies che sono molto più forti in altre parti del Paese. Perciò mi aspetto che la politica sana, che sono convinto esista in questa regione che ha saputo anche legiferare a sostegno della sua università, trovi i modi per aderire ad una riflessione concreta, serena e tempestiva sul futuro della Basilicata con l’Università della Basilicata.

 

Mauro Fiorentino

Segretario della giunta

della Conferenza dei Presidi delle

Facoltà di Ingegneria Italiane

 

 

1 commento:

Aurelia ha detto...

bell'articolo, complimenti!