Era sul finire dell’anno scorso quando, sollecitato da un articolo a stampa che mi sembrava strumentalmente critico nei confronti della facoltà di ingegneria che presiedo, ebbi modo di soffermarmi sui risultati ottenuti e di commentare alcuni argomenti inerenti l’attuale “questione universitaria”. Quel mio articolo, apparso sul Quotidiano della Basilicata il 5 dicembre u.s., può essere preso a riferimento per cogliere le mie “sensibilità” accademiche, che ho sviluppato negli anni principalmente come ricercatore ma anche attraverso i vari impegni direttivi che assumo da più di dieci anni su scala locale e nazionale. Vorrei qui richiamarne pochi passi - e commentarli sinteticamente - perché mi sembrano di inquadramento generale del problema. Spero, inoltre, che, avendo scritto l’articolo lontano da un momento elettorale, questi passaggi possano essere interpretati come non strumentali.
Passo 1: “Intervengo con spirito positivo, rifuggendo cioè da inutili polemiche e cogliendo spunto dalle critiche mosse, anche se queste sono talvolta basate su elementi di conoscenza parziali e incerti, per intervenire nell’ampio dibattito che si sta sviluppando in questo periodo intorno alle questioni dell’università. Dibattito promosso, o spesso cavalcato, all’interno della potente campagna mediatica scatenata contro l’università italiana, basata su un’abile sovrapposizione tra reali elementi di criticità del sistema universitario, tra l’altro quasi sempre simili a quelli dell’intero apparato pubblico italiano, e pregiudizi che nascono e si consolidano, col pericolo di cristallizzarsi e incancrenirsi, in quel campo oggi tanto affollato dello scontro di parte (politico, sociale, religioso, regionale, etc.) irresponsabilmente amato da chi ha una visione appena bicromatica del mondo e coltiva forse la speranza, nemmeno tanto segreta, di semplificarne ulteriormente l’aspetto.”
Sintesi: No alle polemiche strumentali. No ai pregiudizi. No alle valutazioni sommarie. No all’asservimento ai poteri forti del momento. No ai tentativi di annientamento dell’interlocutore. No all’incapacità di inquadrare i problemi nella giusta complessità!
Passo 2: “D'altra parte, se mi sono convinto ad intervenire, distogliendomi forse colpevolmente dalle funzioni che mi sono istituzionalmente demandate, è proprio perché penso che questo gioco perverso, che, per dirla con Kundera, sembra veder tutti lottare per l'annientamento di tutti, dovrebbe almeno lasciar fuori da strumentalizzazioni l'università. Essa, infatti, essendo un bene realmente comune, non ha colore politico di parte e non dovrebbe mai essere connotata né con il colore delle maggioranze di governo né con quello di nessuna delle minoranze del Paese. Essa, inoltre, non assume nemmeno mai i toni cromatici di chi la governa (direttori di dipartimento, presidi di facoltà, rettori) che, bianchi o neri, terroni o nordici, cristiani o induisti, economisti o letterati, non hanno e non avranno mai alcuna possibilità, in un contesto democratico, di condizionare la didattica e la ricerca dei professori e dei ricercatori che operano nell'unico regime che le università di un paese libero e moderno possono conoscere, quello dell'autonomia intellettuale. Ovviamente, ciò responsabilizza ancor di più l'istituzione universitaria, che, nella sua autonomia costituzionale, deve sempre puntare ai più alti obiettivi di qualità ed efficienza con riferimento al compito che le è demandato di innovare e diffondere i saperi.”
Sintesi e parole chiave: Sì al confronto leale. Valore assoluto dell’Università come bene pubblico. Valore etico della responsabilità di funzione. Laicità e indipendenza. Predominio dell’autonomia intellettuale. Imprescindibilità della filiera ricerca-didattica-ricadute sociali!
Per completare l’elenco delle parole chiave che possono esemplificare la mia visione sulle questioni universitarie e su come queste possono essere inquadrate nella più complessa sfera socio-culturale, vorrei anche richiamare un mio intervento ancor più lontano nel tempo: le conclusioni della prolusione per l’inaugurazione dell’anno accademico 2006-2007.
Conclusione 1: “La prima cosa che mi viene da porre in risalto è che una lezione come questa potrebbe essere svolta, seppur con sensibilità e linguaggi diversi, in numerosissimi corsi delle più svariate discipline, dalle scienze fisico-matematiche a quelle umanistiche, dai campi dell’ingegneria a quelli delle scienze naturali e della vita, in una scuola di economia, come in una di arte e così via.”
Sintesi e parole chiave: Fiducia nel valore universale del pensiero scientifico. Ricerca costante (direi testarda) di insegnamenti generali dall’approfondimento di argomenti di studio particolari.
Conclusione 2: “La seconda, alla prima in qualche modo consequenziale, è che, in ambito accademico, andrebbe forse cercato un sistema alternativo a quello dei settori scientifico disciplinari che, da buon italiani sempre bravi a creare ambiti di azione protetti, ci siamo dati per regolare le nostre le carriere accademiche. Infatti, questa anomalia, oltre a rappresentare, forse, il limite più grande ad un reclutamento rispettoso delle vere esigenze di alta qualità scientifica del sistema universitario, rappresenta certamente una forte barriera alla condivisione dei saperi.”
Sintesi e parole chiave: No alle barriere culturali. No ai protezionismi accademici. Sì alla valutazione e alla valorizzazione della qualità scientifica. Sì alla condivisione dei saperi.
Conclusione 3: “La terza, la più difficile da rappresentare, è che mi spaventa un po’ l’idea per cui se le teorie qui espresse dovessero avere valore più generale, allora il mondo complesso che stiamo creando, in cui la semplicità delle comunicazioni tende a far crescere esponenzialmente i nodi e le connessioni di un’unica rete globale, può diventare sempre più difficile da governare, nel senso che l’evoluzione di un mondo tanto globalizzato può dipendere più dalle leggi del caso che non dalle energie profuse per l’indirizzo e il controllo delle attività che in esso si svolgono. Ciò sarebbe tra l’altro vero anche per le scale sociali locali, che tendono a riprodurre, come un ologramma, le caratteristiche del mondo globale.”
Sintesi: ahimè, possiamo poco: dobbiamo avere la coscienza che gran parte del grosso impegno personale nelle azioni di governo deve essere indirizzato a contrastare le azioni di un sistema caotico esterno non governabile. Sintesi 2: L’azione di governo di due persone raddoppia le energie a disposizione del sistema, di tre le triplica, di un folto gruppo coeso le moltiplica e forse le rende sufficienti per conseguire risultati accettabili.
Conclusione 4: “La quarta, forse non sconnessa dalla precedente, è che in questo mondo sempre più complesso, in cui le relazioni e le interconnessioni del sistema sociale ed economico si sono spaventosamente moltiplicate rispetto a pochi decenni or sono, non si capisce come sia possibile che il paese Italia riconosca di fatto, come sistema formativo più elevato, la “semplice” laurea (seppur specialistica o magistrale), non accorgendosi (o temendo di accorgersi?) che una serie di funzioni di indirizzo e di gestione della pubblica amministrazione e del sistema produttivo privato richiedono oggi una capacità di analisi complessa, che solo il dottorato di ricerca può assicurare. È forse giunto il momento, cioè, di identificare ampi ambiti di attività, ovviamente non solo universitari, da riservare, per norma o di fatto, ai dottori di ricerca, evocando una parte di quel coraggio che i nostri padri ebbero quando decisero di affidare ai laureati il coordinamento di una società più complessa della precedente ma molto più semplice di quella attuale. Ne beneficerebbe, tra l’altro, anche il sistema della ricerca, che potrebbe così avvalersi del contributo fondamentale di un numero significativamente maggiore di dottorandi.”
Sintesi (secca): sì al sostegno dei dottorati di ricerca. No a percorsi formativi monchi (3 senza 2).
Luglio 2009

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