martedì 14 luglio 2009

Su alcune mie sensibilità accademiche

Era sul finire dell’anno scorso quando, sollecitato da un articolo a stampa che mi sembrava strumentalmente critico nei confronti della facoltà di ingegneria che presiedo, ebbi modo di soffermarmi sui risultati ottenuti e di commentare alcuni argomenti inerenti l’attuale “questione universitaria”. Quel mio articolo, apparso sul Quotidiano della Basilicata il 5 dicembre u.s., può essere preso a riferimento per cogliere le mie “sensibilità” accademiche, che ho sviluppato negli anni principalmente come ricercatore ma anche attraverso i vari impegni direttivi che assumo da più di dieci anni su scala locale e nazionale. Vorrei qui richiamarne pochi passi - e commentarli sinteticamente - perché mi sembrano di inquadramento generale del problema. Spero, inoltre, che, avendo scritto l’articolo lontano da un momento elettorale, questi passaggi possano essere interpretati come non strumentali.

Passo 1: “Intervengo con spirito positivo, rifuggendo cioè da inutili polemiche e cogliendo spunto dalle critiche mosse, anche se queste sono talvolta basate su elementi di conoscenza parziali e incerti, per intervenire nell’ampio dibattito che si sta sviluppando in questo periodo intorno alle questioni dell’università. Dibattito promosso, o spesso cavalcato, all’interno della potente campagna mediatica scatenata contro l’università italiana, basata su un’abile sovrapposizione tra reali elementi di criticità del sistema universitario, tra l’altro quasi sempre simili a quelli dell’intero apparato pubblico italiano, e pregiudizi che nascono e si consolidano, col pericolo di cristallizzarsi e incancrenirsi, in quel campo oggi tanto affollato dello scontro di parte (politico, sociale, religioso, regionale, etc.) irresponsabilmente amato da chi ha una visione appena bicromatica del mondo e coltiva forse la speranza, nemmeno tanto segreta, di semplificarne ulteriormente l’aspetto.”

Sintesi: No alle polemiche strumentali. No ai pregiudizi. No alle valutazioni sommarie. No all’asservimento ai poteri forti del momento. No ai tentativi di annientamento dell’interlocutore. No all’incapacità di inquadrare i problemi nella giusta complessità!

Passo 2: “D'altra parte, se mi sono convinto ad intervenire, distogliendomi forse colpevolmente dalle funzioni che mi sono istituzionalmente demandate, è proprio perché penso che  questo gioco perverso, che, per dirla con Kundera, sembra veder tutti lottare per l'annientamento di tutti, dovrebbe almeno lasciar fuori da strumentalizzazioni l'università. Essa, infatti, essendo un bene realmente comune, non ha colore politico di parte e non dovrebbe mai essere connotata né con il colore delle maggioranze di governo né con quello di nessuna delle minoranze del Paese. Essa, inoltre, non assume nemmeno mai i toni cromatici di chi la governa (direttori di dipartimento, presidi di facoltà, rettori) che, bianchi o neri, terroni o nordici, cristiani o induisti, economisti o letterati, non hanno e non avranno mai alcuna possibilità, in un contesto democratico, di condizionare la didattica e la ricerca dei professori e dei ricercatori che operano nell'unico regime che le università di un paese libero e moderno possono conoscere, quello dell'autonomia intellettuale. Ovviamente, ciò responsabilizza ancor di più l'istituzione universitaria, che, nella sua autonomia costituzionale, deve sempre puntare ai più alti obiettivi di qualità ed efficienza con riferimento al compito che le è demandato di innovare e diffondere i saperi.

Sintesi e parole chiave: Sì al confronto leale. Valore assoluto dell’Università come bene pubblico. Valore etico della responsabilità di funzione. Laicità e indipendenza. Predominio dell’autonomia intellettuale. Imprescindibilità della filiera ricerca-didattica-ricadute sociali!

Per completare l’elenco delle parole chiave che possono esemplificare la mia visione sulle questioni universitarie e su come queste possono essere inquadrate nella più complessa sfera socio-culturale, vorrei anche richiamare un mio intervento ancor più lontano nel tempo: le conclusioni della prolusione per l’inaugurazione dell’anno accademico 2006-2007.

Conclusione 1: “La prima cosa che mi viene da porre in risalto è che una lezione come questa potrebbe essere svolta, seppur con sensibilità e linguaggi diversi, in numerosissimi corsi delle più svariate discipline, dalle scienze fisico-matematiche a quelle umanistiche, dai campi dell’ingegneria a quelli delle scienze naturali e della vita, in una scuola di economia, come in una di arte e così via.”

Sintesi e parole chiave: Fiducia nel valore universale del pensiero scientifico. Ricerca costante (direi testarda) di insegnamenti generali dall’approfondimento di argomenti di studio particolari.

Conclusione 2: “La seconda, alla prima in qualche modo consequenziale, è che, in ambito accademico, andrebbe forse cercato un sistema alternativo a quello dei settori scientifico disciplinari che, da buon italiani sempre bravi a creare ambiti di azione protetti, ci siamo dati per regolare le nostre le carriere accademiche. Infatti, questa anomalia, oltre a rappresentare, forse, il limite più grande ad un reclutamento rispettoso delle vere esigenze di alta qualità scientifica del sistema universitario, rappresenta certamente una forte barriera alla condivisione dei saperi.”

Sintesi e parole chiave: No alle barriere culturali. No ai protezionismi accademici. Sì alla valutazione e alla valorizzazione della qualità scientifica. Sì alla condivisione dei saperi.

Conclusione 3: “La terza, la più difficile da rappresentare, è che mi spaventa un po’ l’idea per cui se le teorie qui espresse dovessero avere valore più generale, allora il mondo complesso che stiamo creando, in cui la semplicità delle comunicazioni tende a far crescere esponenzialmente i nodi e le connessioni di un’unica rete globale, può diventare sempre più difficile da governare, nel senso che l’evoluzione di un mondo tanto globalizzato può dipendere più dalle leggi del caso che non dalle energie profuse per l’indirizzo e il controllo delle attività che in esso si svolgono. Ciò sarebbe tra l’altro vero anche per le scale sociali locali, che tendono a riprodurre, come un ologramma, le caratteristiche del mondo globale.”

Sintesi: ahimè, possiamo poco: dobbiamo avere la coscienza che gran parte del grosso impegno personale nelle azioni di governo deve essere indirizzato a contrastare le azioni di un sistema caotico esterno non governabile. Sintesi 2: L’azione di governo di due persone raddoppia le energie a disposizione del sistema, di tre le triplica, di un folto gruppo coeso le moltiplica e forse le rende sufficienti per conseguire risultati accettabili.

Conclusione 4: “La quarta, forse non sconnessa dalla precedente, è che in questo mondo sempre più complesso, in cui le relazioni e le interconnessioni del sistema sociale ed economico si sono spaventosamente moltiplicate rispetto a pochi decenni or sono, non si capisce come sia possibile che il paese Italia riconosca di fatto, come sistema formativo più elevato, la “semplice” laurea (seppur specialistica o magistrale), non accorgendosi (o temendo di accorgersi?) che una serie di funzioni di indirizzo e di gestione della pubblica amministrazione e del sistema produttivo privato richiedono oggi una capacità di analisi complessa, che solo il dottorato di ricerca può assicurare. È forse giunto il momento, cioè, di identificare ampi ambiti di attività, ovviamente non solo universitari, da riservare, per norma o di fatto, ai dottori di ricerca, evocando una parte di quel coraggio che i nostri padri ebbero quando decisero di affidare ai laureati il coordinamento di una società più complessa della precedente ma molto più semplice di quella attuale.  Ne beneficerebbe, tra l’altro, anche il sistema della ricerca, che potrebbe così avvalersi del contributo fondamentale di un numero significativamente maggiore di dottorandi.”

Sintesi (secca): sì al sostegno dei dottorati di ricerca. No a percorsi formativi monchi (3 senza 2).

Luglio 2009

mercoledì 10 dicembre 2008

Articolo su "Il Quotidiano" del 5 dicembre 2008

Ho letto con attenzione l'articolo dal titolo “unibas il disastro ingegneria” apparso sul Quotidiano del 25 novembre (poi replicato, con titolo diverso, tre giorni dopo, su La Nuova Basilicata) che mi costringe, in qualità di preside della facoltà di ingegneria dell'Università della Basilicata, a intervenire per dimostrare quanto detto titolo sia distante dalla realtà.

Lo faccio con spirito positivo, rifuggendo cioè da inutili polemiche e cogliendo spunto dalle critiche mosse, anche se queste sono talvolta basate su elementi di conoscenza parziali e incerti, per intervenire nell’ampio dibattito che si sta sviluppando in questo periodo intorno alle questioni dell’università. Dibattito promosso, o spesso cavalcato, all’interno della potente campagna mediatica scatenata contro l’università italiana, basata su un’abile sovrapposizione tra reali elementi di criticità del sistema universitario, tra l’altro quasi sempre simili a quelli dell’intero apparato pubblico italiano, e pregiudizi che nascono e si consolidano, col pericolo di cristallizzarsi e incancrenirsi, in quel campo oggi tanto affollato dello scontro di parte (politico, sociale, religioso, regionale, etc.) irresponsabilmente amato da chi ha una visione appena bicromatica del mondo e coltiva forse la speranza, nemmeno tanto segreta, di semplificarne ulteriormente l’aspetto.

D'altra parte, se mi sono convinto ad intervenire, distogliendomi forse colpevolmente dalle funzioni che mi sono istituzionalmente demandate, è proprio perché penso che  questo gioco perverso, che, per dirla con Kundera, sembra veder tutti lottare per l'annientamento di tutti, dovrebbe almeno lasciar fuori da strumentalizzazioni l'università. Essa, infatti, essendo un bene realmente comune, non ha colore politico di parte e non dovrebbe mai essere connotata né con il colore delle maggioranze di governo né con quello di nessuna delle minoranze del Paese. Essa, inoltre, non assume nemmeno mai i toni cromatici di chi la governa (direttori di dipartimento, presidi di facoltà, rettori) che, bianchi o neri, terroni o nordici, cristiani o induisti, economisti o letterati, non hanno e non avranno mai alcuna possibilità, in un contesto democratico, di condizionare la didattica e la ricerca dei professori e dei ricercatori che operano nell'unico regime che le università di un paese libero e moderno possono conoscere, quello dell'autonomia intellettuale.

Ovviamente, ciò responsabilizza ancor di più l'istituzione universitaria, che, nella sua autonomia costituzionale, deve sempre puntare ai più alti obiettivi di qualità ed efficienza con riferimento al compito che le è demandato di innovare e diffondere i saperi. E responsabilizza chi ne presiede le strutture, che ha anche il dovere di parlare alla gente per comunicare il reale stato di salute dell'università e correggere disfunzioni o eventuali informazioni errate al riguardo. Di norma questa comunicazione viene fatta nei momenti celebrativi di rito, quali ad esempio la giornata inaugurale dell'anno accademico, e non a comando, come sembra invece essere richiesto dall'attuale società della comunicazione, a seguito di pressante sollecitazione da parte degli organi di stampa. Ebbene, pur non condividendo, ci adeguiamo.

Dopo questa doverosa premessa torno, quindi, al “disastro ingegneria” e, prendendo spunto esclusivamente da informazioni riscontrabili, dimostro che esso è falso, o meglio inesistente.

La facoltà di ingegneria, infatti, pur non tenendo conto, per fugare ogni sospetto di benevola acquiescenza, delle positive considerazioni del Nucleo di Valutazione dell'Università della Basilicata, registra “numeri” positivi con riferimento alle rilevazioni del consorzio indipendente Alma Laurea (che raccoglie indicazioni da tutti i laureati delle numerose università che vi aderiscono) e a gran parte degli elementi di valutazione utilizzati dal Ministero dell'Università (MIUR) per distribuire su basi meritocratiche le quote di riequilibrio tra gli atenei pubblici.

In particolare, le rilevazioni Alma Laurea 2007 (ultime pubblicate) indicano che tra i primi sei corsi di laurea per gradimento dei laureati dell'Università della Basilicata, quattro sono della facoltà di ingegneria e che di questi, i primi due sono stati ben apprezzati, rispettivamente, dal 100% e dal 96% dei laureati e molto graditi da oltre il 60% di essi e che anche gli altri due sono risultati graditi ad oltre il 78% dei laureati. D'altra parte, questo elevato indice di gradimento fa il paio con l'alto livello occupazionale dei laureati in ingegneria del nostro ateneo che, con riferimento alla stessa fonte statistica, risulta essere già dell’80% a un anno dal completamento degli studi. Per inciso, pur in presenza delle evidenti disomogeneità geografiche del nostro paese, il dato è in linea con quanto avviene in molte regioni economicamente più avanzate.

Se questi risultati sono riconducibili anche alla qualità della ricerca scientifica svolta, grazie alla quale sono state prodotte negli anni tra il 2003 e il 2007, oltre a numerosissime comunicazioni a convegni nazionali e internazionali, a pubblicazioni su riviste tecniche italiane, ad alcuni libri e a qualche brevetto, ben 368 pubblicazioni su prestigiose riviste internazionali, numero che restituisce una media annua superiore a 1 lavoro scientifico di alto pregio per ricercatore/professore strutturato, media che sta anche ad indicare che nella nostra facoltà operano gruppi di oggettiva eccellenza scientifica. Cosa tra l'altro confermata dalle valutazioni del Comitato di Indirizzo per la Valutazione della Ricerca (CIVR), organismo di nomina governativa, composto da sette membri di comprovata ed elevata esperienza e competenza, operante presso il MIUR, che ha collocato, al termine di una recente meticolosa indagine sulla produttività scientifica delle università italiane, l'Università della Basilicata in posizione di assoluto prestigio, anche con particolare riferimento alle aree scientifiche operanti nella facoltà di ingegneria (v. es., scienze fisiche, ingegneria civile e architettura, ingegneria industriale). La facoltà di ingegneria mostra buone “performances” anche con riferimento ad altri parametri utilizzati dal MIUR per la valutazione e la programmazione del sistema universitario (v. legge 230/2005 e successivi decreti attuativi).  Tra questi, spiccano la percentuale di professori e ricercatori attivamente impegnati nei PRIN (progetti di ricerca di interesse nazionale assegnati dal MIUR al termine di un processo di valutazione anonimo), la capacità di attrazione di finanziamenti per la ricerca, la capacità di attrazione dei dottorati di ricerca, la proporzione di risorse destinate all'assunzione di professori precedentemente in servizio presso altre sedi (mobilità in ingresso), la proporzione di risorse destinate all'assunzione di nuovi ricercatori. Proprio su quest'ultimo punto vale la pena soffermarsi per porre in evidenza quanto molti degli slogan utilizzati per sostenere l'attacco frontale scatenato oggi contro l'università pubblica (es. proliferazione dei corsi di studio, proliferazione delle cattedre, etc.) non rappresentino realtà locali impegnate in tutt'altra direzione. Per quanto riguarda la nostra facoltà di ingegneria, ad esempio, viene offerto oggi lo stesso numero di corsi di studio su base quinquennale che veniva offerto nel 1993 (anno del conferimento dell'autonomia alle sedi universitarie) e, per quanto riguarda il reclutamento di nuova docenza, nei sei anni della mia presidenza, non è stato espletato alcun concorso per professore ordinario, a fronte di un solo concorso per professore associato e di ben 21 concorsi per nuovi posti di ricercatore universitario (alcuni dei quali in via di espletamento), avendo con ciò privilegiato l'incremento del numero di addetti, in assoluto contrasto con gli slogan mediatici di cui sopra. Se si tiene conto, poi, che la gran parte di questi nuovi ricercatori sono lucani, ne discende un ulteriore elemento di soddisfazione per la collettività locale.

Sembra fin troppo evidente, quindi, che non solo il “disastro” non esiste, ma che la facoltà di ingegneria dell'Università della Basilicata possa e debba godere di piena fiducia da parte dei cittadini, lucani e non.

Con ciò non ci sottraiamo certo alla discussione diretta circa gli specifici elementi di critica utilizzati nel citato articolo, che ringrazio per essere stati posti, non per gli obiettivi discreditanti cercati, che come dimostrato non hanno motivo di esistere, ma perché offrono l'opportunità di discutere su alcuni elementi di sistema e sul valore specifico degli studi in ingegneria. Veniamo al punto. In estrema sintesi: si accusa l'Università della Basilicata di portare gli studenti alla laurea con notevole ritardo sul tempo programmato e si ipotizza (perché?) che questo sia ancor più vero per la facoltà di ingegneria; si accusa detta facoltà di avere un calendario degli esami estremamente rigido, che offre poche opportunità agli studenti per poter rispettare le scadenze programmate; ciò anche in confronto con quanto operato da altre università. Dico subito, per quanto riguarda il secondo punto , che il calendario degli esami viene annualmente deliberato dal consiglio di facoltà in contraddittorio con i rappresentanti eletti degli studenti (7 nell'attuale composizione del consiglio) e che l'attuale organizzazione didattica è stata sempre condivisa dagli studenti, che non hanno mai rappresentato, in alcuna forma, alcun dissenso al riguardo. D'altra parte, qualunque scelta si facesse in tal senso andrebbe sempre confrontata con i risultati che, come visto, non possono ritenersi negativi. È costume, comunque, della facoltà di ingegneria, tenere in alta considerazione ogni critica mossa o suggerimento proposto e pertanto, in un quadro di costante attenzione all'autovalutazione dei processi interni, dedicheremo alla questione un’attenzione particolare quando essa sarà riesaminata, in via ordinaria, nella fase di programmazione del prossimo anno accademico.

Cosa di tutt’altro respiro è il problema del ritardo con cui ci si laurea rispetto ai tempi minimi previsti. Esso, infatti, rappresenta un problema cronico dell’università italiana, che si caratterizzò anche come uno dei temi centrali che condussero alla riforma del 1999. Purtroppo, però, a fronte delle speranze del legislatore, la trasformazione dei vecchi corsi di laurea quadriennali o quinquennali in due cicli di studio differenziati,  triennali e biennali (in gergo 3+2), non ha invertito, almeno nelle prime fasi di attuazione della riforma, la tendenza precedente. Questo insuccesso è attribuibile, tra gli altri, a due elementi principali, uno esterno all’università e l’altro interno. Il primo è connesso con la mancanza di fiducia e di piena conoscenza, sia da parte degli studenti che da parte del mondo economico e delle professioni, del valore concreto del titolo di laurea triennale. Ciò ha indotto gli studenti a iscriversi in massa ai corsi di laurea specialistica (il +2) dopo aver conferito il titolo di laurea (il 3), con perdite di tempo aggiuntive nelle fasi di transizione, subite in particolare da parte di coloro che avevano già chiuso in ritardo il primo ciclo di studi. Il secondo elemento di criticità, invece, è riconducibile al fatto che, anche sotto la spinta della legge di riforma del ’99, le università avevano generalmente progettato percorsi professionalizzanti fin dal primo livello triennale, moltiplicando a dismisura, a tal fine, gli insegnamenti e il numero di esami. Per entrambi questi elementi si registrano, però, alcuni segnali di speranza, i cui effetti potrebbero diventare evidenti nel prossimo futuro. Per quanto riguarda il primo, infatti, fonti varie, ministeriali e non, sembrano indicare un’inversione di tendenza, nel senso che aumenta significativamente il numero di laureati di primo livello che cerca lavoro e si riduce, conseguentemente, il numero di coloro, i più meritevoli e motivati, che proseguono gli studi per conferire la laurea specialistica. Per il secondo, invece, i correttivi apportati alla riforma del ’99, prima con la legge 270/2004 (Moratti) e poi con i successivi decreti Mussi, hanno imposto una drastica riduzione del numero degli esami e una decisa riduzione dei percorsi professionalizzanti all’interno dei corsi di laurea, con la quasi certezza che ciò comporterà una semplificazione nelle carriere degli studenti.

Con riferimento, però, all’articolo sul “disastro unibas”, sorprende la mancata verifica dell’affidabilità della fonte di informazione, sia da parte dell’estensore dell’articolo che da parte degli organi di redazione. Infatti, con riguardo all’incidenza del numero di studenti in ritardo (fuori corso) sul totale degli studenti iscritti, sia i dati ufficiali del nostro ateneo (sistema GISS/Unibas) che quelli della banca dati MIUR (in linea e accessibile a tutti) dimostrano che l’ateneo lucano e, in particolare, la facoltà di ingegneria non sfigurano nello scenario nazionale. Anzi!

Vediamo i dati. Fonte MIUR, rilevazione consolidata a.a. 2007/2008: il rapporto tra studenti regolari iscritti (studente iscritto al sistema da un numero di anni inferiore o uguale alla durata legale del corso di riferimento) e studenti complessivamente iscritti è, per la facoltà di ingegneria dell’Università della Basilicata, assolutamente positivo nel confronto con le altre facoltà di ingegneria italiane. Detto rapporto, infatti, è pari al 48% ed è in linea con la media nazionale del 47% e, in particolare, superiore alla percentuale riscontrata da 20 facoltà, tra le quali figurano, tra le altre, i Politecnici di Milano e di Torino e le università di Bologna, Pisa e Napoli, che pur continuano ad attrarre studenti lucani. È interessante notare che, in senso assoluto, il dato è persino migliore di quello che sembra, in quanto tra gli studenti complessivamente iscritti figurano, oltre a quelli dei corsi di laurea specialistica biennali (non conteggiati invece al numeratore del rapporto), anche quelli che rappresentano la coda dei vecchi corsi a ciclo unico soppressi dal 2000/2001. Tornando al confronto nazionale, inoltre, è da rimarcare che solo 16 facoltà di ingegneria fanno rilevare una percentuale di fuori corso minore della nostra. Per inciso, la facoltà di ingegneria con il migliore rapporto studenti regolari su studenti totali è quella di Catania, che fa registrare il 66%,  e la peggiore è Cagliari (32%), mentre solo 10 facoltà hanno rapporti maggiori del 50%. Per completezza, aggiungiamo che non abbiamo considerato nei nostri raffronti le università telematiche e tre sedi con meno di 250 studenti iscritti. Nel confronto interno all’università della Basilicata, inoltre, la stessa fonte MIUR fa rilevare che la facoltà di ingegneria presenta, tra le quattro facoltà storiche dell’ateneo, il più basso numero di fuori corso, e che altre due di queste hanno valori non significativamente diversi dai suoi. 

Mi accorgo di aver preso già troppo spazio e tralascio alcuni aspetti specifici degli studi in ingegneria che pur sarebbe interessante affrontare. Tra questi mi piace menzionare, tra gli altri, il valore della proverbiale difficoltà di detti studi, l’obbligo di legge di attribuire debiti formativi agli immatricolati che mostrano lacune alle prove di accesso e il fatto che con la riforma sia quasi raddoppiato il numero degli immatricolati alle nostre facoltà. Ma più in particolare mi preme evidenziare il dato che emerge dalle analisi del Centro Interuniversitario per l'Accesso alle Scuole di Ingegneria e Architettura (CISIA, www.cisiaonline.it), che in questo momento mi onoro di coordinare su mandato delle Conferenze dei Presidi delle Facoltà di Ingegneria e delle Facoltà di Architettura, che mette in evidenza, da un lato, l'estrema eterogeneità geografica della preparazione in ingresso degli studenti, a tutto svantaggio delle università meridionali e, dall’altro, la tendenza degli studenti lucani più preparati ad andare a studiare fuori regione.

Onestamente però, e dispiace dirlo, ciò che più emerge da questa riflessione alla quale sono stato spinto dalle critiche precipitosamente mosse, è che il netto contrasto tra i dati reali e quelli riportati nell’articolo sul “disastro ingegneria” getta sconforto e che, ancor di più, lascia sgomenti la semplicità con cui si sollevano accuse gravi sulla base di informazioni lacunose e non controllate, nonché palesemente false. Sembra evidente che questi atti si configurino come vere e proprie aggressioni e forse sfiorino, non me ne intendo, la diffamazione. Mi sento anche di dire che, visto il valore pubblico dell'istituzione attaccata, essi richiamano tutti ad una maggiore vigilanza, necessaria per contrastare ogni azione strumentale che, alla scala nazionale e locale, rischia oggi di trascinare l'università al fondo del vortice di una competizione politica degradata.

Nel ringraziare per lo spazio dedicatomi, vorrei chiudere evidenziando che esistono ben altri aspetti che meriterebbero di essere affrontati in un dibattito veramente costruttivo sul futuro e sul significato stesso dell'università in Basilicata. In particolare oggi, allorché l'azione politica del governo nazionale in carica potrebbe condurre ad una profonda trasformazione del sistema universitario, con un consistente trasferimento di responsabilità e di azioni di sostegno dallo Stato ad altre realtà pubbliche e private. Non sono certo che l'azione del governo avrà successo, né onestamente me lo auguro viste le croniche distorsioni con le quali si realizzano in Italia i processi di pseudo-privatizzazione, ma certo sarebbe grave farsi trovare impreparati e soccombere così ad un disegno riduzionista architettato da lobbies che sono molto più forti in altre parti del Paese. Perciò mi aspetto che la politica sana, che sono convinto esista in questa regione che ha saputo anche legiferare a sostegno della sua università, trovi i modi per aderire ad una riflessione concreta, serena e tempestiva sul futuro della Basilicata con l’Università della Basilicata.

 

Mauro Fiorentino

Segretario della giunta

della Conferenza dei Presidi delle

Facoltà di Ingegneria Italiane

 

 

venerdì 3 ottobre 2008

L’INGEGNERIA IDRAULICA TRA STORIA E MODERNITÀ di Mauro Fiorentino

La professione dell’ingegnere idraulico è tra le più antiche essendo, infatti, le opere idrauliche coeve alle vestigia di antichissime civiltà. La sua funzione è sempre stata cruciale; si pensi, ad esempio, che l’irrigazione e la navigazione hanno necessariamente preceduto la civilizzazione. Le tecniche di controllo delle acque si sono sviluppate nell’antichità con la realizzazione dei primi canali in Egitto e in Mesopotamia, regioni a ridottissima pendenza, se non proprio piane, con fiumi dotati di portate rilevanti, clima caldo e terra fertile. In Egitto, la valle del Nilo era in origine una palude sommersa da piene periodiche e attorniata da terre desertiche. Furono costruiti, in quell’epoca remota, canali con deflusso a gravità per consentire, durante i periodi di morbida e di piena, il trasporto di acque in grande quantità verso i terreni da irrigare.  La prima diga nota fu costruita all’epoca della I Dinastia, fondata dal leggendario Menes, verso il 4000 a.C., allo scopo di deviare il corso del Nilo ed edificare la città di Menfi sui terreni sottratti alle acque. Molte antiche dighe a terrapieno, tra cui quelle costruite dai babilonesi, facevano parte di complessi sistemi di irrigazione che trasformavano regioni improduttive in fertili pianure.

Anche se la regione del Nilo era già abitata in tempi preistorici, è stato durante l'Antico Impero, quando la regione è stata colonizzata sistematicamente, che è diventata una delle zone più fertili della terra per le grandi opere di ingegneria eseguite durante la XII dinastia. Infatti, sotto il regno di Amenemhat III, faraone del Medio Impero, furono regolate nel XIX secolo a.C. le acque del Lago Moeris nella regione di El Fayum. Il nome gli fu conferito da Erodoto che, visitandolo nel V secolo a.C.,  volle sostituire il nome di mer-uer (gran lago) con il quale lo identificavano gli antichi. L’intorno del lago era all’epoca costituito da terreni pantanosi e per renderli coltivabili fu necessario drenarli e regolare il deflusso delle acque provenienti dal Nilo, mediante una gigantesca rete di canali realizzata dai tecnici di Amenemhat III che destò stupore in tutto il mondo antico (per inciso, il lago Moeris oggi è chiamato Birket Qarun, è divenuto salato ed è di dimensioni molto più ridotte).

Sempre con riferimento all’epoca pre-cristiana, è noto che le colture dei sumeri nella Mesopotamia meridionale (la regione meridionale dell'attuale Iraq) vennero irrigate fin dal 2400 a.C., e che i cinesi iniziarono a irrigare artificialmente le loro coltivazioni a partire dal 2200 a.C. Inoltre, i peruviani disponevano di sofisticati sistemi di irrigazione già prima della nascita di Cristo e, nello stesso periodo, i nativi del Nord America vantavano già più di 100.000 ettari di terreno irrigato nella Salt River Valley dell’Arizona.

Poco prima della conquista romana (ca. 30 a.C.), i Tolomei, la cui dinastia era iniziata il 305 a.C., provvidero a realizzare numerose opere per l'irrigazione, trascurata negli ultimi secoli del periodo faraonico, ossia sotto le dinastie saitiche, nubiane e persiane. Nelle aree basse furono costruite dighe e chiuse per controllare l'inondazione e bacini per provvedere ai periodi di magra del Nilo. Vennero utilizzati meccanismi di sollevamento nelle aree dove l'inondazione non arrivava naturalmente. Si ricorda, ad esempio, lo shaduf, strumento semplice e ingegnoso adottato a partire dal II millennio a.C. dalle popolazioni egiziane per pescare acqua da fiumi e laghi e alimentare canali a un livello più alto o innaffiare campi coltivati, palmeti, viti, orti. L’attrezzo è composto da due pali, uniti in alto da un’asse su cui poggia una lunga pertica. Ai due estremi della pertica vi erano un masso e un secchio. Un uomo da solo, manovrando la pertica, poteva raccogliere e sollevare circa 3000 litri d’acqua al giorno. Quando i dislivelli da risalire erano sensibili, gli shaduf venivano messi in fila lungo il declivio.

Questo lungo cenno storico serve a rimarcare come la branca idraulica abbia sempre rappresentato una frontiera avanzata dell’ingegneria, particolarmente attenta non solo alla soluzione di problemi correnti di ogni civiltà ma a porre le basi per i più importanti processi di trasformazione delle stesse.  Un analogo concetto può essere anche richiamato per quanto accaduto, quasi ai nostri giorni, tra il XIX e il XX secolo, con riferimento alla progettazione, esecuzione e costruzione di opere per il rifornimento idrico e di sistemi di fognatura, irrigazione e macchine idrauliche, di canali, porti e opere fluviali. In tutti questi settori, infatti, si verificarono, in particolare nella seconda metà dell’800, significativi e spettacolari progressi.  Si pensi ad esempio alle prime dighe ad arco, realizzate in Francia, quali la diga di Zola (1843), alta 36 m, presso Aix-en-Provence, e la diga di Furens (1861-66),  su un affluente della Loira, alta 52 m, o alle prime pompe centrifughe, presentate nel 1851, o alle turbine a flusso centripeto, proposte da Francis (1840), nelle quali l’acqua passa tra un numero di palette distributrici che la deviano con continuità entro i passaggi ricavati tra le palette curve della girante calettate sull’albero. Le stesse furono poi perfezionate da Thomson, nella cui macchina la girante e il distributore erano racchiusi in una grande camera a spirale, nella quale l’acqua entrava nella parte più larga della spirale e scorreva in essa a velocità quasi costante, venendo deviata nella girante dal distributore, sagomato in modo da seguire le linee di flusso di un vortice a spirale. Durante la seconda metà del secolo divenne di uso generale, per le cadute elevate, la ruota Pelton, la cui origine risale allo sfruttamento dei getti per lo scavo nelle miniere d’oro. Essa fu infatti realizzata per la prima volta per produrre energia quando, intorno al 1870, in una miniera della California si esaurì la vena aurifera. Già verso il 1890, una Pelton di circa 2 m di diametro funzionava sotto una caduta di 122 m in una miniera dell’Alaska, sviluppando una potenza di 500 cavalli e azionava 240 stampi, 96 mulini e 13 frantoi di minerali. Un’altra ruota funzionava con una caduta di 640 m.

Se tutto ciò fu possibile è grazie all’incredibile sviluppo della scienza idraulica, originato dall’Handbuch der Mechanik und der Hydraulik (Eytelwein, 1801), contenente una notevole raccolta di studi sul flusso dell’acqua in tubature composte, il moto dei getti e il loro urto sulle superfici, nonché la teoria secondo la quale una ruota idraulica ha il massimo rendimento quando la velocità periferica è la metà della velocità della corrente. Nel corso di tutto il XIX secolo il moto idraulico interessò profondamente una brillante schiera di sperimentatori e di matematici, tra i quali si evidenziarono Poncelet (ruote idrauliche e teoria delle turbine); Scott Russell, Green, Rankine e McCowan (moto delle onde); Bidone (correnti superficiali); Stokes (moto di sfere in fluidi viscosi) e principalmente, in quanto decisivi, Darcy  (1803-1858) per l’analisi delle resistenze al moto idraulico nei mezzi porosi e nelle condotte, Froude (1810-1879) per la teoria dei modelli in scala ridotta, da lui introdotta per calcolare la resistenza al moto delle navi e Reynolds (1842-1912), che identificò scientificamente la fondamentale differenza tra il moto idraulico laminare e quello turbolento.

L’ingegneria idraulica ha anche contribuito ad innovare la cultura della difesa idraulica del territorio, con opere che hanno particolarmente caratterizzato, dall’unità d’Italia e per circa un secolo, l’attività dello Stato, con un impegno di rilevante misura nel secondo dopoguerra, per il rinnovamento delle sue strutture territoriali e produttive. Già nella prima metà del XX secolo, in realtà, sull’onda di tale innovazione, poche e ben costruite leggi avevano posto le basi per realizzare l’assetto idrografico e idraulico che il nostro territorio possiede ancora oggi.  Tra queste, si segnalano il Testo Unico sulle Opere Idrauliche  (R.D. n. 523, 1904), le norme del 1933 per la bonifica integrale (R.D. n. 215) e sulle derivazioni e utilizzazioni della acque pubbliche (R.D. n. 1775).  

Ciò nonostante, la maggiore pressione della società italiana del secondo dopoguerra, sempre più orientata ad ottenere spazi e beni, oltre ad aver trasformato irreversibilmente la morfologia di molte reti idrografiche, ha accresciuto, se non la frequenza, la pericolosità di eventi meteorici intensi e meno intensi. E così, sotto la spinta di catastrofi naturali e non, quali quelle del Polesine del 1951, del Vajont del 1963 e dell’Arno del 1966, l’ingegneria idraulica si è fatta carico di innovare ancora una volta la propria cultura e di favorire l’adeguamento del quadro normativo con un’attenta azione di accompagnamento tecnico-scientifico, che iniziò con i lavori della ben nota commissione De Marchi e proseguì con la Conferenza nazionale delle acque dei primi anni 70, col Progetto Finalizzato Difesa del suolo del CNR e con le attività del Gruppo Nazionale per la Difesa  dalle Catastrofi Idrogeologiche. In questo contesto si segnalano lo sviluppo della scienza idrologica, unica idonea a fornire gli elementi fondamentali per la conoscenza dell’esposizione del territorio al rischio di alluvione, le leggi per la difesa del suolo (L.183/89) e, seppur in misura minore, la legge istitutiva del servizio di protezione civile.  

Negli ultimi anni, infine, proprio lo sviluppo di discipline quali l’idrologia, l’idraulica fluviale, l’idraulica computazionale e l’idraulica ambientale ha consentito di descrivere, mediante modelli matematici a base fisica e fenomenologica, complessi processi fisico-climatici non altrimenti descrivibili alle molteplici scale alle quali essi si manifestano nella realtà.  Cosicché l’ingegneria idraulica si caratterizza oggi, oltre che per la sua tradizionale attenzione alle opere civili, come disciplina tecnica di riferimento per lo studio delle dinamiche ambientali, con particolare riguardo alla disponibilità e utilizzazione delle acque superficiali, alle modificazioni morfogenetiche delle reti fluviali e alla descrizione dei fenomeni di piena, alla caratterizzazione spazio-temporale delle precipitazioni alle piccole scale e agli scambi di massa e di energia tra atmosfera, suolo e vegetazione. La storia recente ha quindi promosso l’ingegneria idraulica come branca portante dell’ingegneria per l’ambiente e il territorio, aumentandone il già ricco patrimonio di competenze.

In conclusione, le vicende dell’ingegneria idraulica, perenne avanguardia tecnologica dall’antichità ad oggi, non possono che inorgoglire i giovani che vi si avvicinano così come non possono che impegnare tutti gli operatori  pubblici e privati che se ne occupano ad un’azione altamente responsabile, in un costante confronto con la storia e con le più alte aspettative sociali.